Fast Fashion ma non troppo! (Pt.1)

Pensavo a quanto spesso entro ed esco dai negozi low cost, quanto spesso a mani vuote e quanto spesso convinta di aver fatto degli affari imperdibili. Ormai le catene di abbigliamento low cost sono raggiungibili ovunque e se non fisicamente sono raggiungibili online, direttamente sul cocuzzolo della montagna dove per una folle idea avete deciso di insediarvi (riferimento casuale alla sottoscritta), il corriere bussa alla porta e voi tutte contente scartocciate pacchi come se non ci fosse un domani.

Ah, che sensazione meravigliosa.

Mi presento: mi chiamo Flavia e sono dipendente dalla FAST FASHION.

Ogni tanto però arrivano anche dei rari momenti di lucidità al riguardo. Tipo quando mi rendo conto che il mio armadio sta per scoppiare e non so più dove riporre la roba che mi porta il corriere. Oppure quando scavando nella cabina trovo pezzi ancora con il cartellino di cui avevo totalmente dimenticato l’esistenza, e magari cinque minuti prima avevo finito di piagnucolare “non ho niente da mettermi”. Ecco, in questi momenti mi sento decisamente stupida. E tra l’altro non mi sembra nemmeno di essere una compratrice compulsiva di cose, tante mie amiche acquistano il triplo o il quadruplo di me e sto ancora analizzando come sia fisicamente possibile che riescano ad entrare in casa.

Comunque, in uno di questi momenti di lucidità, mi è capitato di iniziare a leggere articoli random riguardanti proprio l’industria della fast fashion.

Risultato: voglia di indossare il cilicio e frustarmi fino alla mattina dopo. Mea culpa. Cara Terra, pedonami perché con la mia dipendenza da shopping, sto contribuendo a rovinare la tua natura.

Premetto che questo non è un articolo che vuole demonizzare la fast fashion ne’ chi ne fa uso, non credo che riuscirei ad arrivare a tanto nemmeno io, figuriamoci se vado a dirlo a qualcun altro. Ho letto un miliardo di articoli catastrofici al riguardo, che secondo me spaventano solo chi legge, facendoci pensare che ormai il pianeta Terra sia spacciato e niente più, quasi come se fosse inutile fare qualunque cosa. Beh, non è così. Ognuno di noi nel suo piccolo può contibuire a gestire meglio la cosa, semplicemente facendo attenzione al modo in cui acquista e utilizza i capi. 

Voglio rendervi meglio l’idea: sono nata negli anni 90, quando tutte queste catene da noi ancora non esistevano. Famiglia normalissima, una o due volte a stagione facevo shopping con mamma, soprattutto prima e durante l’anno scolastico, i negozi avevano una collezione estiva ed una invernale. Stop. Se andavi sei volte nello stesso negozio durante la stessa stagione trovavi più o meno le stesse cose. Un particolare che ricordo di mia mamma era che se la qualità le sembrava scadente preferiva non comprare, anche se avrebbe voluto dire avere un capo in meno, guardava alla qualità migliore, dopotutto gli acquisti fatti mi sarebbero dovuti durare per tutto il periodo scolastico rimanendo INTATTI.

Questa cosa non la capivo allora, infatti appena possibile scappavo al mercato o nei piccoli negozietti per ragazze, che erano il low cost di allora, e sperperavo le mie paghette in montagne di tessuto sintetico. Sapete una cosa? Ho ancora alcuni capi comprati con mia mamma quindici anni fa e sono ancora INTATTI. Altri li ho regalati come nuovi. Nessuno è finito nell’immondizia. Solo quelli presi con le paghette.

Poi sono arrivati Zara, Stradivarius, H&M e allora ciao, i primi stipendi scomparsi li dentro, ormai lo shopping non lo facevo più con mamma e quindi la qualità poteva restarsene a casa sua, voglio tutto e lo voglio adesso, domani e la prossima settimana, per i secoli dei secoli, Amen.

Sapete che una catena low cost come Zara sforna fino a cinquanta, dico CINQUANTA, microcollezioni l’anno? Cioè, prima erano due, ora CINQUANTA. La domanda ha superato l’offerta. E poi, inevitabilmente, l’offerta ha superato la domanda.

La fast fashion inquina.

Nella fase produttiva, nella fase di utilizzo (pensate che ad ogni lavaggio di un capo sintetico vengono rilasciate nello scarico migliaia di particelle di microplastiche che vanno a finire direttamente e soprattutto CONTINUAMENTE nei nostri mari), e ancor peggio nella fase di smaltimento. 

Ma allora cosa possiamo fare noi? Nel mio articolo su Womoms.com ho cercato di riassumere dei brevi punti che possono aiutarci a stare più attenti al nostro modo di “consumare” . Clicca qui per continuare la lettura 😉 

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